Muoversi attraverso le paure
Sono le piccole paure che, in silenzio, ci sottraggono la vita.
Le grandi inquietudini — la morte, la perdita, il senso della nostra esistenza — per lo più riusciamo a metterle da parte nella quotidianità. Filosofi e teologi possono analizzarne ogni aspetto imperscrutabile, ma la maggior parte di noi non ha il tempo, l’inclinazione o, semplicemente, è abbastanza fortunata da non esserne consumata.
Molte paure, del resto, sono razionali e persino utili: la paura che nasce quando ci addentriamo in una zona buia della città, o quella che avvertiamo avvicinandoci troppo al bordo di una scogliera in una giornata ventosa.
La paura, però, è una creatura astuta. È proprio dietro la facciata apparentemente logica che si nasconde il vero pericolo: pronta a colpire come la coda di uno scorpione. Quanto tempo passiamo ogni giorno a nutrire le piccole paure? Probabilmente più di quanto vorremmo ammettere. Sono paure evidenti, difficili da ignorare. Sono quelle che rendono la vita “comoda”: la paura di restare esclusi che ci spinge ad adeguarci in ogni modo possibile; la paura del ridicolo che ci fa tacere quando vorremmo ridere a voce alta; la paura del rifiuto che ci porta a evitare innumerevoli relazioni potenziali.
A queste paure siamo abituati. Grazie a loro attraversiamo le giornate senza attriti e con il minor numero possibile di conflitti. Sono loro che ci fanno arrivare puntuali al lavoro, che ci impediscono di mettere in discussione opinioni e metodi dei nostri superiori. Sono quelle che ci indirizzano verso obiettivi rispettabili, considerati degni di essere raggiunti. Sono le stesse paure che, da giovani, ci avvelenano mentre cerchiamo disperatamente di essere accettati dai nostri pari.
Le paure ci tengono costantemente sulla difensiva, costringendoci a reagire nel presente a scenari futuri che immaginiamo catastrofici, nel caso fallissimo. Il timore delle conseguenze restringe il ventaglio delle nostre azioni. La paura diventa la protagonista delle nostre vite, mentre noi, poco alla volta, scivoliamo nel ruolo di spettatori passivi della routine dei nostri giorni più preziosi.
Passiamo così tanto tempo ad assecondare le nostre paure che la vita ci scorre accanto, fino a quando non resta più nemmeno la forza di lamentarsi.
Che cosa c’entra tutto questo con il Parkour?
Tutto.
Praticare Parkour significa cercare la paura ogni giorno, guardarla in faccia e affrontarla senza schermi né protezioni. Nel Parkour sei spogliato dell’essenziale. Non ci sono attrezzature su cui fare affidamento, né cinture di sicurezza o imbottiture a proteggerti, né compagni di squadra pronti a sostenerti quando sei stanco. Ci sei tu. Solo tu.
Le uniche cose che ti impediranno di farti male sono le tue abilità, il tuo giudizio, la tua competenza — nient’altro. Questo è, di per sé, un grande traguardo, ma anche una grande responsabilità. Sei tu a confrontarti con le tue paure; le teorie altrui, in quel momento, non contano nulla. Freud, Jung o chiunque altro non sono lì quando esegui un cat, un salto di fondo con roll o un vault.
In quei momenti, ci sei soltanto tu.
Il Parkour è movimento, e ogni movimento è legato alla paura. Attraverso un meccanismo noto come paura-reattività, da bambini impariamo cosa evitare, come non muoverci, come non cadere. Impariamo a sfuggire al dolore e a cercare il comfort; se un’azione ci provoca disagio, il corpo ci scoraggia dal ripeterla. In sintesi, rispondiamo alla paura seguendo schemi comportamentali precisi, che coinvolgono movimento, respirazione e postura.
Si parla di una reazione condizionata e profondamente radicata a uno stimolo — stress, shock o trauma — intrinseca in ognuno di noi, dalla quale nessuno può sottrarsi. Questo condizionamento nasce dal passato: il corpo reagisce nel presente per ciò che è già accaduto. La paura, dunque, appartiene al passato. Vive nella memoria e da lì si proietta nel futuro. Così finiamo per vivere nella paura dell’uno o dell’altro, raramente nel presente.
Questo significa che, nel momento presente, la paura non esiste.
Per liberarcene, dobbiamo imparare a vivere pienamente qui e ora. Non è semplice. Ma il Parkour può aiutarci. È evidente che il nostro potenziale fisico e le nostre capacità naturali sono molto più ampi di quanto crediamo. Ciò che ci impedisce di accedervi è il nostro condizionamento, mentale e fisico. Non è tanto l’acquisizione di nuove tecniche a sbloccare queste capacità, quanto la rimozione delle nostre limitazioni personali. Non si tratta di accumulare, ma di sottrarre. Dobbiamo semplicemente smettere di intralciarci da soli.
Per liberare le nostre capacità naturali — e la grazia che le accompagna — dobbiamo ridurre le nostre paure. Mentalmente e fisicamente, il Parkour ci richiede presenza totale e libertà dalle vecchie restrizioni. Il suo approccio, in fondo, è quello della libertà dai confini. Ed è nella pratica autentica che possiamo iniziare a superare il meccanismo della paura-reattività, riconoscendolo e interrompendo i suoi schemi abituali. È un processo.
Osservati. Nota i dubbi, le esitazioni, gli schemi negativi e le tensioni nel corpo mentre ti muovi. Renditi conto che sono scelte, e che puoi scegliere diversamente. La tensione è una scelta. Provalo ora: fai una rapida auto-valutazione del tuo corpo e probabilmente scoprirai muscoli inutilmente contratti. Scegli di rilassarli. È semplice, una volta che sai dove guardare. La chiave è coltivare questa consapevolezza il più spesso possibile, facilitandola attraverso la pratica.
In questo modo impariamo a scegliere le nostre azioni e le nostre risposte, invece di esserne semplicemente trascinati. Da qui nasce l’accesso al nostro reale potenziale, e da qui prende forma la maestria. Più riesci a portare l’attenzione completamente su dove sei e su ciò che stai facendo, meno energia sprecherai nella paura legata al passato o al futuro. Ciò che rimane è l’azione: piena, integra, non diluita. Questo stato ha molti nomi nelle diverse culture e filosofie, ma, ancora una volta, sono solo etichette. Vivilo, praticarlo, entraci dentro: scoprirai che non ha bisogno di un nome.
L’illusione della paura
La paura è statica; non esiste nel movimento. Immagina di camminare di notte su un sentiero nella giungla. Procedi con cautela, mentre la mente immagina un attacco improvviso: un serpente, un ragno che scende dalla ragnatela. La paura nasce lì, e cresce a ogni passo.
Ora immagina che il serpente attacchi davvero all’improvviso. Reagiresti all’istante: corpo e mente si unirebbero in un’unica risposta per sottrarti all’attacco — il riflesso di startle.
In quell’istante, la paura non esiste.
Ogni parte di te è impegnata nell’azione, nel movimento. La paura c’era prima, e tornerà dopo (se sei stato abbastanza veloce), ma nel breve momento dell’azione è assente. Ed è questo l’aspetto più sorprendente: per la maggior parte del tempo in cui ti sentivi spaventato, eri in realtà al sicuro; nel momento in cui il pericolo era reale, la paura è scomparsa.
Atleti di sport estremi e sopravvissuti a situazioni limite raccontano la stessa esperienza: nel momento di massima pressione, la mente ansiosa si ritira, lasciando spazio a una presenza lucida, potente, apparentemente sovrumana.
Ci muoviamo attraverso la paura, e così essa perde potere su di noi. Ora immagina di estendere quel momento di assenza di paura a tutto il percorso. Il risultato è uno stato di prontezza e consapevolezza totale, privo di sforzo e di paranoia. È un movimento efficiente e armonioso, libero dalla paura-reattività, dalla tensione residua, in accordo con il pensiero anziché in conflitto con esso.
Questa è la nostra vera natura, nascosta finché non impariamo a superare la paura. E forse scopriremo che, senza paura, anche una passeggiata notturna nella giungla può diventare un’esperienza piacevole.
Tratto da ParkourGenrations di Dan Edwardes tradotto da Saiu, Paloz, adattato da Gio.