Parkour Wave | Spazio,percezione e identità. Il mondo urbano raccontato dai traceurs
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Spazio,percezione e identità. Il mondo urbano raccontato dai traceurs

Siamo felici di pubblicare in anteprima un approfondimento sul parkour unico nel suo genere, tesi magistrale di Simone Alfieri, socio storico e amante della disicplina, che arriva a un livello di approfondimento probabilmente unico nel suo genere. A lui la parola:

Il parkour è una metodologia di allenamento che consiste in una crescita motoria e mentale potenzialmente infinita, focalizzata sull’utilizzo alternativo e creativo dello spazio urbano (e/o naturale).

Nello specifico, trattasi di creare appositipercorsi lungo linee immaginarie, e poi reali, sfruttando tutti gli ostacoli che si possono incontrare in città (muri, scalinate, tornelli, panchine, cancellate) e i superarli attraverso le sole capacità corporee, in particolare grazie allo sviluppo di un movimento rapido, efficiente e sicuro.

Quando iniziai a praticare parkour alla fine del 2011 non avevo idea di cosa significassero veramente queste affermazioni. Ero giustamente intento a rosicchiare la superficie della questione, eccitato all’idea di apprendere e riprodurre quanto prima quei movimenti così naturali, spettacolari e attraenti. Tuttavia, nel giro di un tempo brevissimo, e grazie alla maestria di due eccellenti insegnanti, ho capito che la questione era molto più seria e profonda di quanto credessi. A farne da sfondo, infatti, erano (sono) tematiche ben più sofisticate di una mera attività fisica; parlo ad esempio del concetto di sfida, di costanza, della trasformazione del carattere, del cambiamento delle abitudini e della perduta disposizione alla disciplina, strumento così potente in una società vuota e dispersa come quella odierna. Praticare mi migliorava: ogni giorno ero più attento, sicuro, creativo, e il tutto mi suscitava stimoli e domande intelligenti che condividevo felicemente con il mio gruppo di allenamento.
Nel contempo Parkourwave cresceva, in numero e in sostanza, e il mio percorso mi ha condotto progressivamente a occuparmi anche del diretto insegnamento della disciplina. Sono stati, per me, anni estremamente dinamici e formativi in cui la crescita personale andava di pari passo con il rispetto e la gratitudine chen nutrivo (nutro) per i miei maestri, i miei compagni e i miei allievi. Quella miriade di stimoli è esondata positivamente nella mia vita, a tal punto da portarmi a investirne un pezzettino in un percorso accademico e a stilare una tesi sull’argomento parkour.



Il mio lavoro è, innanzitutto, frutto di anni di vissuto da praticante e insegnante, anni di sfide, di condivisioni, di cicatrici, di trionfi e fallimenti, di appunti, di riflessioni e sperimentazioni, culminati in un profondo interesse antropologico e nella voglia di comprendere il fenomeno in tutti i suoi aspetti, da quello più pratico a quello più “interiore”. Solo in seconda istanza può considerarsi un elaborato teorico e accademico.

Sul piano del riferimento contenutistico mi sono rifatto agli studi di Julie Angel, traceuse, antropologa e collaboratrice di Parkourgenerations, il resto è opera etnografica e sperimentale. Il presupposto è quello di distaccarsi dal tema politico della riappropriazione dello spazio urbano e concentrarsi, piuttosto, sul vissuto ‘corporeo-percettivo-soggettivo’ dei singoli praticanti.
Nello specifico, tratto una serie di concetti che ruotano attorno alla disciplina del parkour affrontando l’argomento da un punto di vista emico e multifocale.


Prendendo spunto da teorie e considerazioni antropologiche, psicologiche,fenomenologiche, estrapolo le informazioni etnografiche raccolte in un complesso di interviste strutturate al fine di analizzare il ‘point of view’ dei singoli traceurs. A far da timone a queste analisi, il concetto di percezione (perception) che non riguarda semplicemente l’apparato sensoriale, ma si traduce in una consapevolezza totale delle proprie capacità psicofisiche e una conoscenza sempre più approfondita dello spazio circostante.
Tutti questi fattori contribuiscono a plasmare una mentalità dinamica e resiliente che agisce attraverso un corpo esteriormente ‘spettacolarizzato’ capace di riappropriarsi dell’ambiente urbano in maniera sana e socialmente costruttiva. Testimoni di questa realtà sono otto traceurs delle prime generazioni di praticanti italiani e provenienti da varie zone della penisola.


A livello strutturale, il lavoro esordisce con un capitolo che racconta il parkour da due punti di vista: storiografico e diacronico; quest’ultimo legato soprattutto ai suoi aspetti “commerciali” che lo pongono sotto gli inevitabili riflettori della ‘società dello spettacolo’. Il secondo capitolo, teorico, è incentrato sulle nozioni di ‘place attachment’ e ‘dwelling perspective’, rispettivamente elaborate da Setha Low e Timothy Ingold, e ai più ampi concetti di corpo e corporeità.


Il terzo capitolo è la rielaborazione sperimentale dei suoi contenuti etnografici, nonché la trasposizione quanto più oggettiva possibile del punto di vista dei praticanti interpellati. Essi forniscono un quadro ideologico e, per così dire, “modellistico” basato sulla loro diretta esperienza come traceurs e attori del mondo urbano contemporaneo. Il quarto capitolo, infine, raccoglie le interviste integrali dei suddetti protagonisti che, per ragioni di privacy, sono estromesse dal documento.


Nella speranza che questa tesi possa fornire stimoli a chi pratica (e non) ringrazio e porgo un caloroso saluto a tutta Parkourwave.


Simone Alfieri


SCARICA QUI LA TESI COMPLETA IN PDF, e si ti va, facci sapere che ne pensi. buona lettura!