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Parkour Wave | PARKOURWAVE TOOLBOX: la Visione
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Parkour Wave
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PARKOURWAVE TOOLBOX: la Visione

 

Uno degli aspetti che più mi affascino’ , all’inizio della mia pratica fu che il parkour poteva essere praticato ovunque, senza bisogno di palestre, strutture o nulla che fosse appositamente studiato.

Anzi, ancora meglio, proprio questa concreta e fissa realtà poteva assumere un nuovo “senso” e attraverso il movimento fosse possibile stabilire nuove relazioni e interazioni.

Addirittura, piano piano che la pratica si faceva strada, “cambiava” l’architettura e la concezione di quello che era attorno a me, grazie a nuove potenzialità si stabilivano nuovi percorsi e nuove interazioni tra gli oggetti, attraverso una visione creativa dello spazio e di pensiero laterale venivano svelate nuovi utilizzi di arredi urbani altrimenti statici e a volte indefiniti.

 

La realtà alla fine è basata sulla nostra “percezione” di realtà, e dove la percezione cambia e si espande, nuovi risvolti e nuove interpretazioni trasformano a tutti gli effetti cio’ che ci circonda.

Si parla di “realtà aumentata”, perchè attraverso l’ausilio di apparecchiature hardware e software possiamo “aumentare” il carico di informazioni che la realtà può comunicarci. E invece, possiamo parlare di realtà aumentata anche quando la nostra visione della realtà ci permette di raccogliere più informazioni del giorno prima, grazie ai sensi più acuti e una percezione modificata. (potremmo parlare anche della visione indotta, ma usciremmo un po’ dal seminato).

 

Non percepire una limitazione da una ringhiera, un muro, un altezza, ma addirittura una possibilità rinnovata di movimento ed esplorazione, trasforma internamente il praticante, che inizia a godere del pensiero di essere “libero” grazie ai suoi allenamenti. Ma appunto, allenarsi è necessario ma non sufficiente, se non riesco a vedere come trasformare queste nuove capacità in attributi personali che rimarranno per sempre con noi.

 

Non solo, ma sul piano puramente pratico, la visione trasformata mi permetteva di accendere l’istinto della curiosità, notare nuovi particolari prima nascosti o considerati inutili, scoprire nuovi spazi o spazi sotto usati , fisicamente da sempre presenti ma semplicemente nascosti ai miei occhi per poca curiosità della ricerca di un ambiente urbano.

Quanto bene e a fondo conosce ogni centimetro quadrato di strutture e arredo urbano un praticante di parkour? Quanti consigli sulle opere di manutenzione o miglioramente sarebbe in grado di fornire alle amministrazioni pubbliche? Non siamo, in fondo, gli esploratori del potenziale inespresso, delle connessioni invisibili, del creare qualcosa dal nulla?

 

Un qualcosa di molto simile capita, in altre attività, dove la visione del praticante gioca un ruolo fondamentale, e dove in un circolo virtuoso, l’attività praticata sviluppa una visione utile a migliorare la pratica stessa.

Ad esempio in montagna, non è raro sentire arrampicatori e alpinisti descrivere ed immaginare una linea, ideale, che attraversa la parete secondo logica, esperienza, tecnica ed istinto, ancora a terra e a chilometri di distanza. Come un pittore sulla tela, seguendo regole diverse, costruiamo una traccia che possa essere la nostra espressione attraverso quella montagna.

 

Inutile dire che la visione alternativa di chi pratica parkour rientra in un concetto più ampio di popolazione attiva, per chi Europa e poi Stati Membri sembrano essere così attenti: al di fuori dell’allenamento specifico in uno sport, la popolazione dovrebbe fare il possibile per rimanere attiva in tutte le attività della vita quotidiana.

Questo, in alcuni spazi d’Europa (probabilmente la Danimarca è un esempio perfetto) ha generato addirittura la produzione di architettura e luoghi di aggregazione basandosi sulla visione di un praticante di parkour, al fine di facilitare l’utilizzo della città in maniera attiva e creativa. Anche in Italia, l’ordine degli Architetti e poi in diverse altre occasioni la visione del praticante di parkour è stata presa in considerazione per interpretare delle possibilità di progettare spazi urbani con un’ottica differente.

 

Vorrei poi un attimo soffermarmi sulla parola funzionale rispetto alla visione :

Se l’essere funzionali lega le nostre capacità all’interazione con la realtà, non è la visione capace di farmi trovare nuove funzioni e nuove possibilità in quel che mi circonda? Ho davvero bisogno di rack e box jump quando ho alberi e scale in abbondanza? Davvero possiedo equilibrio su qualunque superficie? E’ attraverso la nostra visione che sviluppiamo adattabilità e funzioni, o quanto meno è attraverso ad essa che possiamo metterci in gioco in nuove e infinite sfide.

 

L’atto di superare un ostacolo, di scavalcare o sormontare un muro o una struttura atta a separare, delimitare, instradare, anche fosse per la nostra relativa sicurezza diventa anche inconsciamente un momento di riappropriazione della libertà di vivere gli spazi della propria città. Anche in forma anarchica, senza una direzione o un fine preciso, l’atto di muoversi al di fuori degli schemi precostituiti rappresenta un atto politico in fondo, la necessità di non essere dominati dal proprio ambiente costituito da altri, ma darsi la possibilità di reinterpretarlo secondo la propria volontà del momento.

Molti cercano questa libertà nell’ambiente naturale e limitandosi ad esso(abbiamo già detto la questione montagna, ma non si limita a quello), e non si accorgono che il loro ambiente naturale è la città in cui vivono, con le sue regole strutturali a cui sembra così difficile sottrarsi.

 

In realtà , attraverso la visione sviluppata dalla pratica, e dalla pratica sviluppata con visione, in circolo virtuoso, questa liberazione è possibile.

 

Scomodando altre personaggi in altri contesti , Michelangelo riteneva che la forma fosse già presente, in tutte le sue rifiniture, all’interno del blocco di marmo, che ne fosse dunque prigioniera.

Il compito dello scultore era quello di liberarla, liberare il concetto, eliminando la materia in eccesso.

 

Che il praticante di parkour non rappresenti la stesso scalpello?