Parkour Wave | PARKOURWAVE TOOLBOX: il Processo
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Parkour Wave
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PARKOURWAVE TOOLBOX: il Processo

 

La definizione di sport che troviamo è (cfr. Diz. Zanichelli):

L’insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte anche a fini ricreativi o salutari

E l’origine della parola “Sport” , inglese del 1500, è dal francese antico “desport”, da cui derivano lo spagnolo “deporte” e l’italiano “diporto” (svago, divertimento, ricreazione).

Dall’origine del nome stesso, fino ad arrivare alla definizione più letterale, la centralità della pratica di queste attività (Sportive) non puo’ che evidentemente prevedere due cose: lo sviluppo (azione in divenire) e il divertimento (godersi l’attimo).

Ora, il parkour o freerunning o ADD come discipline sportive/artistiche per loro stessa natura impongono al praticante una riflessione sulle proprie motivazioni personali; viene lasciato al praticante stesso la definizione degli scopi e degli obiettivi da raggiungere.

Come in altre forme di arti (ad esempio, marziali, yoga, danza), l’espressione di sè si può tramutarsi nel vero scopo “non scopo” della pratica.

La mancanza della competizione e delle dimensione agonistica (o anche riferendosi al complesso globale del parkour, la sua marginalità rispetto alla pratica), nasconde un vero tranello a chi si approccia in maniera esclusivamente sportiva , non avendo a riferimento nessun momento di culmine della forma o nessun evento stagionale o ripetuto in cui appropriarsi della “prestazione ottimale”; si rischia di rimanere spiazzati al dover rispondere al motto del “qui e ora”, “essere sempre pronti”, e allo stesso tempo creare un allenamento razionale e benefico dal punto di vista scientifico.

L’avere a che fare con una disciplina senza “fine” (dove fine è inteso sia come scopo sia come limite) quindi una disciplina “aperta”, può senz’altro lasciare smarriti. Allo stesso tempo è curioso come attraverso questo sviluppo “aperto” siamo immersi nella realtà del movimento umano e nella realtà dell’ambiente che ci circonda e nel rapporto intrinseco che si crea

senza alcun filtro e in maniera così diretta.

Se tutto questo è vero, è naturale pensare al parkour come una disciplina fondata sul processo, più che sulla meta. Un processo continuo di automiglioramento, di relazione, di ricerca del proprio equilibrio con gli altri e le cose e della propria espressione fisica e corporea; è mettersi in gioco e affrontare delle sfide.

Qualunque sia l’obiettivo (che non è mai finale), il processo dietro alla costruzione di esso è , ricollegandoci alla definizione iniziale, ciò che guida lo Sviluppo psicofisico e allo stesso tempo ciò di cui godere nell’istante presente e da cui trarre Passione.

Per non cadere nella retorica del “è più importante il viaggio della metà”, soprattutto quando ci confrontiamo con la realtà del praticante, spesso molto auto-richiedente dal punto di vista dei risultati (per non parlare del confronto con gli altri, metro di giudizio più o meno nascosto e sotteso a tante delle nostre scelte di necessità), è importante dire che è necessario determinare dei risultati pratici così da tenere viva la passione del movimento e tendere allo sviluppo continuo di nuove e più energiche capacità.

Ma ancora una volta, è il processo a determinare i risultati: pensare di raggiungere una cosa solo volendolo è il più delle volte una simpatica fantasia. E’ solo conoscendo la strada e come costruirla che si possono raggiungere degli obiettivi ambiziosi ma realistici. E’ solo attraverso un processo di durata nel tempo, e impegnandosi ogni singolo secondo durante il processo stesso, che è possibile raggiungere la meta.

Che il processo sia importante per l’apprendimento è poi cosa nota da tempo, la capacità di ricezione di un informazione è totalmente centrata sull’ eseguire di persona un gesto o un’operazione, come si evince da questo grafico (cfr. Weinec, l’allenamento ottimale):

a

Questo impone che qualunque sia la disciplina , e qualunque sia l’ambito , la realtà probabilmente non può essere del tutto comunicata se non “facendo fare”. Questo riguarda i coaches ma anche il semplice praticante: non esisteranno studi, tutorial o corsi che abbiano delle scorciatoie, qualunque informazione diretta all’intelletto non avrà alcuna maniera di influenzare il vissuto e quindi l’assimilazione reale dell’esperienza.

Il processo quindi deve essere innanzitutto pratica, ed esperienza fisica e reale. E’ compito poi del buon praticante, o del buon coach, correggere o mostrare le lacune o sviluppare i potenziali o ricercare informazioni utilizzabili. Ma nulla si sostituirà al nostro vissuto.

Il processo di ripetizioni – errore – correggi – riprova, ciclato all’infinito, è il metodo di apprendimento basilare su cui si sviluppano tutte le discipline sperimentali, su cui non si può attingere da informazioni o esperienze già determinate, e deve rimanere il fulcro del feedback di apprendimento attraverso un allenamento intenzionale e cosciente.

Attenzione, perchè l’ IO nasconde molte insidie. Il processo di costruzione pone molti ostacoli che sono pronti ad essere sfruttati dalla nostra parte più debole e difensiva; molti sono i pensieri negativi e molte sono le scorciatoie che ci vengono proposte. Senza consapevolezza, spesso il processo si trasforma in un orrendo drago dalle mille teste che ci frenano ad ogni allenamento.

La consapevolezza va cercata, utilizzata e sviluppata al tempo stesso, durante il processo cercando di preparare mente e corpo alla sfida finale. Lo spazio che lasciamo ad altri dubbi, o pensieri negativi, ad orgoglio, desideri e proiezioni irrealistiche, non fa altro che allontanarci dal nostro viaggio e dal divertirci nel mentre che accade.

Ad oggi, molti praticanti si trovano ad avere “un processo non consapevole”, cioè guidato o creato ad hoc dal coach o da altre persone esterne. Questo può essere un gran bene, o un gran male, ovviamente in stretta relazione alle caratteristiche del coach.

Questo determina uno stato di guida e apprendista, che come viene citato da Castaneda dovrebbe svilupparsi in questa maniera:

Questo è il problema del parlare” commentò [don Juan]. “Riesce sempre a confondere le cose. […] E’ meglio agire.”

“Quando si fa qualcosa con le persone” disse [don Juan] “si dovrebbe soltanto presentare l’argomento al loro corpo, ed è quello che sto facendo con te da tempo, sto insegnando le cose al tuo corpo. Che importanza ha se le capisci o no?”

E’ spesso difficile , al giorno d’oggi. Siamo tenuti a conservare i nostri studenti, corsisti, clienti. E per questo spesso ci trasformiamo in enciclopedie di movimenti, che facciamo copiare, e il nostro processo è sostanzialmente assente.

E’ invece nostro scopo indurre al cambiamento profondo, attraverso un processo che deve conoscere come indurre la pratica e l’allenamento che faccia sviluppare i potenziali e allo stesso tempo apra porte di percezioni nuove e inedite. Solo così, si potrà distinguere da un mero copia incolla all’arricchimento profondo.

Anche la ricerca spasmodica di informazioni potrà placarsi e trovando su se stessi e sul presente molte più informazioni di quanto scritto in tanti libri, imparando ad ascoltarsi e, sempre con un processo di riduzione dell’ego, trovare come migliorare volta per volta (Senza escludere, a posteriori ricerche di informazioni appropriate)

Quindi, infine cos’è una climb-up? Quando la uso, quanti modi ci sono di farla? Perchè la faccio così? E se il muro cambia? Quanti modi ci sono di farla, e in quanti posti diversi l’ho fatta? E’ da sempre che la faccio nello stesso modo o cerco di migliorare? Perchè voglio impare una climbup

Solo con un processo fisico, di esperienza reale, attivo e costante, queste domande hanno un senso e una risposta e quindi anche un percorso per raggiungerla. Altrimenti sono solo frasi, bit su un monitor che accende dei caratteri, che possono essere letti ma probabilmenti non compresi fino in fondo.

CITAZIONI

“Tu bada al presente e il futuro baderà a se stesso.”

“Se l’alpinista volesse solo arrivare in cima alla montagna, prenderebbe l’elicottero.”