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Parkour Wave | Mille drop jump
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Mille drop jump

Nei primi giorni di allenamento mi furono raccontate storie incredibili sugli allenamenti fatti dagli “anziani”. Storie che erano diventate leggende a Lisses.

 

Queste parlavano di un gruppo di ragazzi che si allenavano in un’arte segreta con rara intensità e dedizione.

 

Ricordo che David mi raccontò di un giorno in cui lui e Sebastien Foucan avevano deciso di trascorrere un’intera giornata con le braccia stese sopra la testa. Un’intera giornata tenendo le braccia in aria combattendo un’intensa lotta mentale. O quando alcuni del gruppo Yamakasi traversarono tutto il perimetro della scuola di Lisses appesi; e una volta che la presa delle mani era completamente finita avrebbero dovuto finire con un salto di braccia finale (cat leap).

 

Ho sentito parlare anche dei 1000 salti a toccare l’anello del canestro da Basket e naturalmente i leggendari 1000 drop jumps. Era pratica comune allora di avere questi mumeri applicati ai diversi esercizi. Centinaia di salti di precisione, centinaia di salti di braccia, 2 ore di quadrupedia..ecc – alti volumi e 8-10 ore di allenamento/movimento erano sul menù. Ovviamente non amichevole e accessibile come lo è oggi.

 

Dopo aver ascoltato queste storie e di essere circondato dai guerrieri per tutto il tempo ho subito trovato i numeri, essere il modo normale per allenarsi nel parkour e mi ci sono presto trovato coinvolto. Così, un giorno, mentre stavo facendo un allenamento rilassato con mio fratello Johann nel bosco vicino Lisses (Spot famoso per chi lo conosce) dove eravamo soliti allenarci spesso, abbiamo finito per concludere la giornata facendo un’altra sfida folle.

 

Era una bella domenica di sole e l’atmosfera era molto rilassata e sana, stavamo giocando, esplorando nuove cose da fare. Mentre stavamo camminando, siamo poi passati da quei pendii in legno. Sapevamo entrambi che lì è dove i 1000 drop jumps vennero fatti e ne abbiamo cominciato a parlare. Solo che noi abbiamo questa sorta di legge nel parkour: non si può parlare di una sfida troppo a lungo prima di cominciare a farla.

 

Quindi, credo dopo un paio di minuti forse ne avevamo parlato fin troppo, ho detto a mio fratello: “che ne dici se facciamo i 1000 “sauts de fond” (drop jumps) ora?”. E lui, da bravo fratello minore: “SI!” con un gran sorriso sul volto, ben sapendo che saremmo rimasti incastrati in quel bosco per un lungo lungo tempo, condividendo molto dolore. Sostanzialmente quella soleggiata giornata di domenica stava per diventare un’esperienza che ricordo tutt’oggi.

 

Così abbiamo cominciato…

 

Dopo circa 100 salti, il tempo che ci avevamo messi a farli, quella sensazione che ci avvolgeva le gambe e un’espressione decisamente meno da “domenica soleggiata” sul nostro viso, abbiamo cominciato a realizzare ciò che avevamo effettivamente cominciato a fare. Non c’era naturalmente, nessuna via di ritorno, avevamo cominciato e dovevamo finire, non importava più quanto ci avremmo messo.

 

Lunghe ore di salti e di ripetizione dello stesso pattern: Camminare su per il pendio, accucciarsi, guardare giù, inspirare (petto in fuori) e saltare giù sul suolo. Dopodichè camminare fino all’inizio della salita. Il salto non era alto, probabilmente circa 1.90 metri ma è diventato così duro e pesante dopo poche centinaia. Ogni salto era davvero intenso e il nostro respiro si era fatto intenso e pesante ad ogni ripetizione. La lotta era cominciata.

 

Stavamo perdendo il controllo sugli atterraggi, prendendo più impatti ogni volta, rendendo ogni ripetizione più spaventosa della precedente.

 

Ma ancora, non ci potevamo fermare a metà. “Ci siamo quasi” abbiamo pensato dopo 500, sicuramente divertente da ricordare se si nota che NON È un affermazione proprio precisa.

 

Un vecchio dolore aveva cominciato a riapparire a livello della parte bassa della schiena a causa della rigidità dei miei glutei. Ben presto il dolore divenne davvero intenso paralizzando completamente la mia schiena e rendendomi impossibile gli atterraggi.

 

Riuscivo a malapena a camminare sulla salita ogni volta ed ero ancora a circa 600.

 

Dovevo spingere ulteriormente. Ovviamente anche mio fratello si stava subendo la sua parte di dolore ma l’ha gestita da uomo e ha mantenuto il ritmo. Stava diventando buio e la notte stava arrivando.

 

A circa 800 e qualcosa era arrivato per me il tempo di fermarmi. Lo so, così vicino al traguardo, ma il dolore alla zona lombare della schiena mi stava rendendo impossibile la camminata e gli atterraggi troppo dolorosi. Stava diventando pericoloso. Ho fatto del mio meglio e fatto tutto ciò che potevo finchè non sono più riuscito a rimanere in piedi. Mio fratello però era determinato a finire, così quel giorno sono rimasto con lui fino alla fine. Mi ha impressionato quel giorno.

 

Abbiamo cominciato la challenge verso le 12 di mattina e l’abbiamo finita alle 10 di notte. Ora, dopo circa 15 anni la ricordo interamente.

 

Ci abbiamo messo settimane per recuperare completamente e probabilmente molti affermerebbero che non è una sfida sana da fare. Eppure io sono contendo di essermi preso il tempo di farla e di vivere quell’esperienza.

 

Credo che non si possa dire di aver sperimentato il parkour completamente senza aver vissuto esperienze di allenamento come queste. Queste sfide hanno dato vita a chi sono oggi, costruendo forza di volontà e determinazione.

 

Pensando fuori dalla scatola…

 

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