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Parkour Wave | Il lento scavare
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Parkour Wave
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Il lento scavare

A volte è necessario azzerare le proprie convinzioni radicate, allentare le briglie che ci frenano, tornare ad essere più primitivi. Ma come è possibile farlo nel marasma, senza mai prendersi del tempo per riflettere?

 

Per capire cosa intendo, provate ad allenarvi da soli, e a rompere un salto difficile per voi, che vi metta davvero alla prova. Poi tornate a casa e curatene il pensiero. Non raccontatelo a nessuno, questo allenamento silenzioso. Provate a farlo finchè non sarà più un problema serbarne il segreto. Di tanto in tanto ripetete questa azione, lasciando che lo studio di questi momenti scenda sempre più in profondità. Se avete paura di farvi del male facendo ciò, e di conseguenza non poter praticare parkour per un po’, io vi dico, probabilmente non state davvero facendo parkour. Sono ben altri i demoni dai quali bisogna guardarsi: allenarsi da infortunati, allenarsi senza riscaldamento, senza defaticamento o tecniche di rilassamento adeguate, allenarsi sconsideratamente non rispettando il proprio fisico. Affrontare situazioni difficili va fatto: è la coscienza, con la quale le si affronta, che va costruita. Solo quando una persona comincia ad intendere cosa vuol dire realmente essere pronta ad affrontare una sua paura, quando vede gli orizzonti dei propri limiti appena sfumati, allora può tendere le braccia e tuffarsi nel nubifragio per provare a passare oltre. Sempre vigilie e attento, avido di conoscenza e pronto a lasciarsi alle spalle un libro ben scritto, per affrontare nuove pagine ad ampie falcate. Questo deve essere un traceur. Lanciatevi delle sfide che lavorino le vostre fondamenta: minatele, provate a distruggerle, a scuoterle; poi riassestatele, finalmente al sicuro da qualunque sisma. Solo allora emergerà una più ampia consapevolezza, una visione cristallina del vostro percorso in questa disciplina. Ciò che prima era un deserto ora diventa un universo di possibilità, dalle inesauribili combinazioni.

 

Non stupisce che molti praticanti percepiscano una sinergia frizzante quando si trovano nella natura. Questo perché si può ricercare la vita solo dove nasce la vita, non fra i muri ormai stanchi di coprirsi di smog invece che di muschio. Quando avete del tempo libero andate lontano, dove non avete più appigli, spingetevi ad esplorare l’ignoto.

 

Lì pensate ai valori di cui si parla spesso. Qui sono fin troppo difficili da comprendere, lontani e dettati da chi ha seguito un certo percorso. Quindi invito tutti a partite dal basso, ad andare a vedere se a metà strada, quando questi valori li incontrerete, colliderete con essi ( salutandoli al primo crocevia ) o li infilerete nel vostro zaino, pronti a farli maturare. Siate critici, senza che le vostre critiche siano sterili.

 

Quando poi vi troverete davanti a qualcuno che non si è ancora inoltrato in questa via, non difendete la vostra con lo zelo del convertito, provando a convincerlo o a persuaderlo. Limitatevi a raccontargli una parte della vostra storia, aspettando che nasca anche in lui la stessa scintilla.

 

Forse sarò ripetitivo, se di nuovo voglio trattare l’argomento dell’artificiosità nel parkour. È la voce di molti che parla oramai,  non solo la mia. Ogni giorno mi rendo conto che i metodi di approccio alla nostra arte dello spostamento, sono sempre più costruiti e sempre meno spontanei. Con questo non parlo semplicemente delle azioni,  ma anche del modo con il quale viene percepito l’ambiente, o di come si reagisce alle varie situazioni: una bieca accozzaglia di movimenti stereotipati e una maggiore attenzione a cosa fanno gli altri rispetto che a se stessi.

 

Dove sono le minuziose sfumature della forza e dello spirito? Se si persevera in questo modo, si stagna, si gira in circolo ripercorrendo all’infinito lo stesso viaggio. ( A quel punto il meglio che si possa sperare é di diventare dei fossili ). Si gonfiano i mezzi a discapito dei fini. Perché invece di curare il tocco, si rende più morbido il terreno? È come leggere un racconto sfogliandone le pagine con convinta casualità. La pratica non é una corsa frenetica per imparare i movimenti più “in voga”, o inventarne di nuovi solo per riuscire a farsi conoscere. È una lunga crescita, un lento scavare.

 

Quindi limiamo questo guscio grossolano e impacciato, indaghiamo nel vasto oceano del parkour come acqua nell’acqua. Lasciate perdere per un periodo i movimenti già visti e allenatevi per voi. Toglietevi di dosso maglie e cappellini, tornate alla riva. Nello scolpire ciò che siamo, prima di arrotondare gli spigoli, bisogna sgrezzare la pietra dura, rimboccandosi le maniche; con martello e scalpello, soffrendo, sudando e sporcandosi. Solo dopo si può tornare a casa a rassettarsi, pronti per un nuovo giorno. E l’indomani ancora, sempre più a fondo nell’humus della ricerca, senza avere timidezza o timore di essere coperti di giudizi.

 

E se non riuscite ad ignorarli o la vostra corteccia non è ancora abbastanza spessa, imparate a correre veloci, tracciate delle rotte così rapide che anche quelle ombre intoccabili faranno fatica a starvi dietro. Seguite le strade fin dove sono state battute costeggiando i grandi errori e i piccoli trionfi del passato.

 

Infine una volta giunti alla radura, di nuovo affollata di gente nel bel sole caldo che scaccia ogni esitazione, non adagiatevi, ma misurate pochi respiri, per riprendere fiato prima di tornare a ricercare, giù nella selva.

 

Torniamo a percepire il parkour come una vibrazione selvaggia, un’onda inafferrabile, o una foresta inesplorata da affrontare con le unghie e con i denti.

 

 

Uscite tutti fuori, allo scoperto, al concreto.

Paloz

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